Per tradizione gli italiani sono identificati fra i popoli che più amano la buona cucina.
Infatti, molti dei piatti classici del nostro paese hanno conquistato una buona fetta della cucina internazionale.
Ogni nazione ha un suo tipo di alimentazione, e di conseguenza il palato è portato a preferire determinati sapori rispetto ad altri.
Pensiamo per esempio che nell’Europa mediterranea usiamo condire le pietanze prevalentemente con olio di oliva, mentre nei paesi dell’Europa settentrionale il principale condimento è il grasso animale, strutto o burro.
È per questo che il gusto del buono e del cattivo non è una caratteristica innata dell’uomo ma è determinato da una serie di fattori: fattori ambientali, per la presenza o meno sul territorio della coltura di determinati alimenti; fattori culturali, tipo il passaggio generazionale di ricette tradizionali; fattori religiosi, come ad esempio il divieto di mangiare carne di suino presso i popoli islamici.
Questo ovviamente vale non solo da popolo a popolo ma anche da un tempo all'altro.
Facendo un salto indietro nel tempo immaginiamo di ritrovarci ospiti di un banchetto in epoca romana, all’interno di una Domus romana.
Molto spesso si è portati a pensare che i Romani fossero dediti a orge continue e banchetti suntuosi, in realtà questo accadeva solo in rare occasioni o perlomeno, in casa dei ricchi o nelle opere satiriche dei letterati dell’epoca (Satiricon di Petronio).
La maggior parte della popolazione invece mangiava poco e di rado, a volte anche in piedi, per la strada.
Il pasto medio di un povero era composto da un pezzo di pane, qualche pesce in salamoia, acqua e vino scadente.
Chi poteva permetterselo quindi, dedicava al mangiare tre momenti della giornata: lo jentaculum o colazione, il prandium o pranzo e la cena, il pasto principale e il più lungo.
Era questa l’occasione in cui si potevano assaporare vari piatti più o meno elaborati, comodamente distesi sul triclinia, dove si stava comodamente in tre, conversando con i propri convitati.
Molti ospiti usavano portare dei tovaglioli che servivano per pulirsi e per portare a casa gli avanzi del pasto offerti dal padrone di casa.
La cena iniziava dopo l'ora ottava in inverno, circa le due del pomeriggio, e dopo l'ora nona in estate e aveva fine prima che fosse notte.
Si servivano prima gli antipasti o gustatio, formati da cibi leggeri e ai quali seguiva la cena vera e propria, composta di varie portate, chiamate fercula.
La fase conclusiva della cena era formata da dessert e dal rito tradizionale della commissatio, più frequente nei banchetti importanti, che consisteva in una grande bevuta generale di vino, durante la quale si assisteva anche a spettacoli, concerti o letture.
Il vino aveva un'importanza particolare per i Romani poiché era la bevanda più amata e concludeva tutte le cene.
Veniva prodotto nelle versioni rosso (vinum atrum), e bianco (vinum candidum).
Il vino era raramente limpido, di solito veniva filtrato con un passino e si beveva di solito allungato con acqua calda o fredda in modo da ridurne la gradazione alcolica , da 15/16 a 5/6 gradi.
I tipi più pregiati erano il Massico e il Falerno (dalla Campania), il Cecubo, il Volturno, l'Albano e il Sabino (dal Lazio); i più scadenti invece erano considerati i vini dell'Etruria, quello del Vaticano e quello di Marsiglia.
Le anfore utilizzate per il trasporto avevano impresso una targhetta in cui si specificavano l'origine e la data di produzione del vino per tutelare il consumatore, ma anche per evitare le già frequenti adulterazioni.
Degni di nota sono i vini aromatizzati indicati con il nome Aromatites, o Mirris, uno dei più apprezzati, che veniva preparato con mirra, giunco, cannella, zafferano e palma.
Molto utilizzati erano i vini medicinali, detti Mulsum, una miscela di vino e miele o il Passum fatto con uve secche.
Certe famiglie romane si erano specializzate nella viticoltura e facevano invecchiare nelle cantine i vini mulsum che avevano passato l'estate successiva alla data di produzione, considerati di grande pregio sulle tavole dei ricchi Romani, i quali li ostentavano nei loro banchetti.
Esistevano anche surrogati del vino come la lora, ricavata dalla fermentazione delle vinacce con acqua e la posca, formata da acqua e vino inacidito (acetum).
Il consumo del vino ebbe la sua espansione in epoca imperiale per lo più nelle zone di produzione e nelle grandi città come Roma, molto popolate, richiedendo un afflusso di grandi quantità di vino italico e d’importazione, a volte anche con distribuzioni gratuite, come fece l’imperatore Aureliano negli ultimi decenni del III sec. d. C.
Il consumo medio di vino in un anno è stato calcolato fosse di 140 – 180 litri a persona, dovuto anche al grande apporto calorico che dava alla dieta romana costituita in gran parte da cereali e vegetali.
La birra, che tornerà prepotentemente con l’invasione barbarica, era conosciuta, ma era considerata volgare…