Emergenza sanitaria

Coronavirus, la protesta dei dipendenti della Camera di Commercio: «Ci consenta di lavorare da casa»

Nonostante gli inviti alle pubbliche amministrazioni a mettere il personale in smart working, "i lavoratori - si legge in una nota - sono costretti a muoversi ogni giorno anche dovendo soprattutto utilizzare i mezzi pubblici"

Cronaca
Gioia del colle lunedì 16 marzo 2020
di La Redazione
La sede della Camera di Commercio a Bari
La sede della Camera di Commercio a Bari © Archivio

Nonostante gli inviti alle pubbliche amministrazioni a mettere il personale in smart working, "i lavoratori sono costretti a muoversi ogni giorno anche dovendo soprattutto utilizzare i mezzi pubblici".

E' quanto lamentano i dipendenti della Camera di Commercio di Bari e delle sedi di Barletta, Monopoli e Gioia del Colle.

«La Camera di commercio di Bari - affermano i dipendenti -, nonostante i ripetuti DPCM che invitano le pubbliche amministrazioni a mettere il proprio personale in smart working (lavoro da casa), al fine di limitare al massimo gli spostamenti delle persone e diminuire, quindi, le probabilità di contagio da trasmissione del Covid-19, ad oggi costringono circa 150 dipendenti, diretti e no (sia nella sede di Bari che nelle sedi distaccate di Bari-via Emanuele Mola, Barletta, Monopoli, Gioia del Colle) a muoversi ogni giorno anche dovendo soprattutto utilizzare i mezzi pubblici.

Nonostante sia ribadito più volte nei DPCM che trattasi di una situazione di emergenza sanitaria nazionale, dovuta a pandemia come riconosciuto dall’O.M.S., e che lo scopo primario sia quello di limitare al massimo lo spostamento delle persone, la Camera di Commercio indugia ancora nell’applicazione dei dettami del Presidente del Consiglio e si impantana nei cavilli dei contratti di lavoro anziché favorire la salvaguardia del proprio personale, dipendente e no, ivi compreso il personale di pulizia.

Ogni giorno c’è un esercito di persone che si muove per tutta la provincia di Bari e della Bat per tenere aperto “tutto” l’ente camerale anziché limitare al massimo gli spostamenti delle persone, compreso il pubblico che ha a che fare giornalmente con essa.

Nonostante il comunicato, diffuso dalla stessa sul proprio sito istituzionale, nel quale si indica chiaramente come possano essere raggiunti i servizi camerali da casa, e nonostante ci siano tutti i presupposti affinché oltre il 70% del proprio personale possa tranquillamente lavorare da remoto e garantire lo stesso standard qualitativo dei servizi, la dirigenza camerale si perde nei meandri legali dei contratti di lavoro perdendo di vista la primaria importanza della situazione di emergenza: salvare vite umane ed impedire la trasmissione del virus.

Cosa inammissibile considerando anche che nei giorni scorsi, una dipendente- febbricitante - si è presentata nel suo ufficio di Bari per ben 2 giorni (a quanto pare dopo essere stata in vacanza in Trentino ed essere passata per numerose zone rosse, ante DPCM) senza che minimamente la dirigenza allertasse le autorità sanitarie per imporle il tampone al fine di scongiurare ogni possibile contagio.

Numerose pubbliche amministrazioni, nazionali e locali, hanno già da lunedì scorso quasi tutto il proprio personale in smart working (la Camera di Commercio di Roma, Milano, Bologna, Firenza, Napoli, l’Unioncamere di Roma e sue diramazioni regionali, la Regione Puglia, il Comune di Bari, il Comune di Fasano, giusto per citarne alcune) e la stessa società informatica della Camera di Commercio (Infocamere, n.d.r.) già da tempo ha i propri dipendenti che lavorano da remoto.

La Camera di Commercio di Bari, invece, nonostante i limitati e pressanti vincoli temporali dettati dall’emergenza sanitaria nazionale e dall’ultimo DPCM che limita, per il momento, lo smart working al 25 marzo prossimo, indugia e mette a repentaglio l’incolumità della salute pubblica e, soprattutto, dei propri dipendenti.

Numerose attività economiche sono state chiuse o hanno volontariamente e ragionevolmente chiuso, aderendo ai suggerimenti governativi di limitare al massimo la pandemia, quindi non c’è ragione di tenere aperto un intero ente pubblico contro una fortissima diminuzione dei servizi camerali.

Anziché salvare i passeggeri della nave, durante il naufragio, si pensa a salvare la nave che, in questa situazione di emergenza nazionale, dimostra di fare acqua da tutte le parti.

Giocare con la salute delle persone è scorretto e genera precise responsabilità penali.

Lunedì 16 marzo, circa 150 persone saranno costrette ancora una volta ad uscire di casa, il 23 febbraio si impone la sospensione dei servizi pubblici (salvo quelli di indifferibile urgenza), mercoledì 25 marzo scade il primo termine governativo per far rimanere i dipendenti pubblici a casa. Alla faccia della rapidità e del buon senso».

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